Diciamolo subito chiaro e tondo: Roberto Mancini è una scelta di alto livello per la panchina dell’Italia. Pirlo e Thiago Motta in questo momento sono allenatori di gran lunga inferiori a Mancini, per curriculum, esperienza, palmares, per quello che hanno dimostrato sul campo. La scelta di Mancini, però, ci dice molto di più sulla mentalità italiana, quantomeno quella sportiva.
Quando ormai sembrava tutto deciso, Malagò ha posto il veto definitivo su Andrea Pirlo come nuovo CT della nazionale, innescando un domino che ha portato all’esilio auto-imposto di Maldini e Leonardo. Non è bastata la proposta in extremis di Thiago Motta.
Il vento di innovazione iniziava a soffiare con troppa insistenza, gelido e frizzante a spazzare via il tepore stantio della comfort zone.
Poche ore dopo il nome che circolava con più insistenza era quello di Roberto Mancini, con qualche articolo incredibilmente lusinghiero dal tempismo quantomeno sospetto.
Roberto Mancini non è arrivato per meriti recenti. È arrivato perché gli altri hanno detto di no, o sono stati bruciati da qualcosa. Guardiola aveva rifiutato mesi prima e non sono serviti Maldini e Leonardo a fargli cambiare idea; voleva tempo per sé dopo l'addio al Manchester City. Pirlo aveva accettato, salvo poi scoprirsi legato a un'agenzia di scommesse russa e a un intreccio di famiglia che in federazione nessuno voleva discutere apertamente. In pochi giorni, il suo nome è diventato un problema politico più che tecnico. La realtà più probabile è che il suo nome non convincesse nessuno e che si sono trovate due facili scuse, servite su un piatto d’argento, per metterlo alla porta (anzi, per non farlo nemmeno avvicinare).
E così si torna a Mancini. Un uomo che l'Italia aveva già lasciato andare una volta, nell'agosto 2023, poco prima di firmare con l'Arabia Saudita per venticinque milioni netti l'anno. Le dimissioni arrivarono a sorpresa, pochi giorni dopo che gli era stato affidato anche il coordinamento delle nazionali giovanili. Restò la sensazione di uno strappo mai davvero rimarginato, l'Europeo vinto nel 2021, il ciclo che sembrava dovesse aprirsi e che invece si è chiuso quasi subito. Nel mezzo, non dimentichiamolo, un Mondiale sfumato in una finale play-off persa in casa contro la Macedonia del Nord.
In Arabia le cose sono andate storte quasi da subito. Quattro amichevoli, nessuna vittoria. Poi la qualificazione mondiale è partita bene, un quattro a zero al Pakistan, ma la Coppa d'Asia si è trasformata nell'ennesima beffa. Eliminazione ai rigori contro la Corea, con Mancini che abbandona il campo prima del tiro decisivo per protestare con l'arbitro. Il presidente della federazione saudita lo ha definito indifendibile. I risultati altalenanti nelle qualificazioni mondiali hanno fatto il resto. Il contratto è stato risolto nell'ottobre 2024. Poco dopo, l'ammissione che in pochi si aspettavano. Mancini ha detto di essersi pentito, che avrebbe gestito diversamente l'addio alla Nazionale, che forse bastava parlarsi con Gravina per evitare tutto quello che è successo dopo. È una frase che vale la pena tenere a mente. Un uomo che ammette di aver lasciato andare troppo in fretta qualcosa a cui teneva ancora.
Poi il Qatar. Da novembre 2025 alla guida dell'Al Sadd, un palcoscenico più piccolo di quelli a cui era abituato. Due trofei in pochi mesi comunque, una supercoppa e un campionato. Un derby quasi personale contro l'Al Hilal di Simone Inzaghi, vinto ai rigori. Poi, a giugno, l'addio via social. Si torna liberi, ha scritto. E si è capito subito per cosa.
Il progetto che doveva essere diverso
Nel frattempo, in Italia, si parlava d'altro. Il nuovo trio alla guida della federazione, il presidente Malagò, il direttore tecnico Maldini, l'advisor Leonardo, aveva passato l'estate a costruire il racconto di una rivoluzione tecnica. Un progetto da dieci anni, dicevano. Una linea a cascata dalla Nazionale maggiore fino ai campi delle scuole calcio. Parole come metodologia e identità sono circolate più di ogni nome proprio. Guardiola era il simbolo di quel cambiamento. Il suo rifiuto ha lasciato un vuoto che nessun altro nome poteva davvero colmare. Pirlo lo sapeva bene. Era stato scelto anche per il suo passato da eroe del 2006, per un nome che rimandava a ricordi piacevoli più che a un curriculum solido. La sua carriera da allenatore, in effetti, era fatta di tappe minori. Sampdoria, Turchia, Emirati Arabi. Poi sono arrivati i legami con Fonbet, l'agenzia di scommesse russa vicina al Cremlino, e la questione dei due figli, di Pirlo e di Maldini, entrambi vicini al mondo delle agenzie di procuratori in un’area grigia di un contesto normativo che avrebbe dovuto vietarlo. Bastano poche ore perché tutto crolli.
Il nome che non genera domande
Mancini arriva come punto di caduta quasi ovvio. Malagò lo conosce bene, lo aveva già portato in Nazionale nel 2018. È un nome che non obbliga nessuno a difendere un progetto, perché non ne propone uno nuovo. C'è un paradosso che vale la pena notare. Anche Mancini porta con sé legami non proprio lineari con la Russia. Ha allenato lo Zenit San Pietroburgo, club di proprietà Gazprom, appena tre anni dopo l'annessione della Crimea. Ma la storia non ha avuto lo stesso peso mediatico di quella di Pirlo. Forse perché arriva dopo, quando l'opinione pubblica è già stanca di discutere. Forse perché su un volto conosciuto si chiude un occhio più in fretta. Guardando la lista di chi decide oggi il destino del calcio italiano, la sensazione è sempre la stessa. Gravina, il presidente dimissionario, ha settantadue anni. Malagò ne ha sessantasette. Il presidente dell'Assoallenatori, Ulivieri, ottantacinque. Gianni Rivera si era proposto come CT e ne compirà ottantatré ad agosto. Non è solo una questione di età. È un modo di pensare il calcio che guarda sempre indietro, al 2006, agli anni Novanta, a un tempo che sembra irripetibile solo perché è passato. Il presunto dossier Baggio che nessuno ha mai letto. Il mito di Coverciano come culla del sapere perduto. Il richiamo costante a Baggio, a Maldini, e ora a Mancini. Sono varianti dello stesso gesto. Tornare, invece di costruire qualcosa che ancora non esiste.
Un vuoto che nessuno vuole guardare
Il problema non è la nostalgia in sé. Diventa un problema quando prende il posto del lavoro vero. Le scuole calcio italiane costano troppo per una parte crescente della popolazione. Il centro tecnico di Coverciano si è chiuso su se stesso, riservando i corsi quasi solo a ex calciatori professionisti. I dirigenti parlano di giovani nei discorsi pubblici, ma raramente toccano le leve che potrebbero davvero cambiare qualcosa. Mancini torna con la fiducia di chi non ha mai smesso di sperarci. Difficile dargli torto, in fondo. Il sistema che lo richiama, però, sceglie ancora una volta la strada più semplice. Perdonare quello che è già successo, dimenticare quello che si era detto sul suo conto, piuttosto che restare fermi davanti al vuoto di un progetto che ancora non c'è.