C'è una scena che dice tutto di José Mourinho. È il giugno 2013, ultima partita della sua prima esperienza al Real Madrid, 4-2 all'Osasuna. Quando si guarda alle spalle per l'ultima volta, scopre che al suo fianco sono rimasti in tre: Diego Lopez, il portiere che ha usato per umiliare Iker Casillas; Michael Essien, fedelissimo dai tempi del Chelsea; e un Luka Modric ancora troppo giovane per capire cosa stava succedendo intorno a lui. Cristiano Ronaldo non c'è. Sergio Ramos non c'è. Pepe non c'è. Casillas non c'è, ma quello era scontato.
Trecentosessantacinque giorni prima, quella stessa squadra aveva vinto la Liga con 100 punti.
Adesso sembra che Mourinho stia per tornare al Santiago Bernabéu. Tredici anni dopo. Florentino Pérez lo vuole, i colloqui sono in fase avanzata, Fabrizio Romano conferma. Il Real Madrid è reduce dalla stagione peggiore degli ultimi anni: eliminato dalla Champions, la Liga persa contro il Barcellona nel Clásico, una rissa tra Valverde e Tchouameni durante un allenamento, Mbappé che guarda la partita da casa fingendosi infortunato. Uno spogliatoio spaccato in due bande, come in un film di gangster di serie B. E Florentino, nella sua conferenza stampa più trumpiana di sempre, ha detto che "dovranno spararmi" per farlo andare via, poi ha indetto elezioni anticipate e ha cambiato lo statuto in modo che quasi nessuno possa candidarsi contro di lui.
In questo contesto, José Mourinho sembra quasi inevitabile.
Il personaggio ha ingoiato l'allenatore
Esiste un momento preciso in cui Mourinho smette di essere principalmente un allenatore e diventa principalmente un personaggio. È difficile da datare con esattezza, ma se dovessimo scegliere un punto di svolta, probabilmente sarebbe quella conferenza stampa dopo Chelsea-Leicester del dicembre 2015, quando viene inquadrato con gli occhi rossi, le palpebre gonfie, la barba sfatta, la mano passata dietro al collo. Parla di tradimento. Parla di giocatori portati "a un livello troppo alto". Cerca solidarietà nel reporter che ha davanti.
Quel Mourinho lì non assomiglia a quello che aveva fatto piangere Materazzi e che aveva convinto Ibrahimovic di essere disposto a uccidere per lui. Non assomiglia a quello che controllava l'altezza dell'erba del Bernabéu per rallentare il gioco del Barcellona. Non assomiglia all'uomo che aveva fatto difendere e pressare perfino Cristiano Ronaldo, impresa che molti ritenevano impossibile.
Assomiglia a qualcuno che ha perso il filo.
Da quel momento in poi arriveranno altri momenti di grandezza sporadica, ma la parabola è chiara. Manchester United: Europa League vinta, poi l'esonero. Tottenham: semifinale di Champions sfiorata, poi l'esonero. Roma: una Conference League, un'Europa League sfiorata ai rigori, poi l'esonero. Fenerbahçe: fallita la qualificazione alla Champions proprio contro il Benfica, poi l'esonero pagato quindici milioni di euro di buonuscita. Quattro esoneri di fila. E poi, con la tempistica diabolica che solo lui sa costruire o trovare, il Benfica che esonera Bruno Lage dopo una sconfitta casalinga contro il Qarabag. Mourinho è già pronto.
"Ho fatto un errore andando al Fenerbahçe", dirà nella conferenza stampa di presentazione al Benfica. "Non era il mio livello culturale, non era il mio livello calcistico." Una frase che è insieme un'ammissione e una difesa, un mea culpa che ha già dentro la sua stessa assoluzione.
Il sistema Mourinho
Per capire cosa succederà al Real Madrid, vale la pena ripercorrere come funziona il sistema Mourinho. Non la tattica, che è sempre stata più semplice di quanto i suoi sostenitori vogliano ammettere: difesa solida, contropiede verticale, sfruttamento della velocità sulle fasce. La tattica è il pretesto. Il vero sistema è psicologico.
Funziona così: Mourinho arriva, individua una vittima sacrificale, la brucia pubblicamente per dimostrare chi comanda. Al Porto fu Vitor Baia, il portiere monumento, sospeso un mese senza motivo apparente. "Aveva bisogno di un bersaglio per affermare la propria leadership, e quel bersaglio fui io", ricorderà Baia. "Era tutto un piano." Al Chelsea fu Joe Cole, criticato pubblicamente dopo aver segnato il gol della vittoria contro il Liverpool e essere stato nominato Man of the Match. Al Real Madrid fu Pedro Leon, acquistato per dieci milioni dal Getafe e demolito davanti ai compagni in un monologo degno di un film di Sorrentino: "Qui al Real Madrid tutti hanno i loro cinque minuti per mostrare cosa sanno fare. Tu li hai già avuti."
Poi costruisce il clan, il noi contro tutti. Spinge i giocatori contro la stampa, contro gli avversari, talvolta contro la federazione o gli arbitri. Crea un ambiente di pressione continua in cui la lealtà verso di lui diventa l'unica moneta che conta. I risultati, almeno nelle prime stagioni, arrivano. La Liga col Real, il Triplete con l'Inter, i campionati col Chelsea: non erano casuali.
Il problema è che il sistema si deteriora. Le vittime sacrificali si moltiplicano, le alleanze si rompono, i clan si scontrano. Al Real Madrid il ciclo di distruzione fu accelerato: prima Casillas, poi Sergio Ramos, poi Pepe, poi Ronaldo. Quando se ne andò nel 2013, era rimasto con tre giocatori. Tre.
L'irrisolvibile questione Casillas
Tra tutte le battaglie di Mourinho, quella con Iker Casillas rimane la più rivelatrice, perché in essa si vede il punto in cui il controllo della situazione diventa autodistruzione.
Casillas aveva telefonato a Xavi per costruire una strategia della distensione tra Real e Barcellona, preoccupato che le tensioni tra i due club danneggiassero la Nazionale spagnola prima dell'Europeo. Era un gesto responsabile, quasi statesmanlike. Mourinho lo interpretò come un tradimento: i suoi giocatori non potevano parlare con i nemici, e i giocatori spagnoli dello spogliatoio non potevano avere accesso diretto a Florentino Pérez. Il noi contro tutti doveva essere assoluto.
Da lì cominciò la guerra fredda, poi la guerra calda, poi la farsa di Diego Lopez promosso titolare in luogo di Casillas dopo un infortunio alla mano, poi il Barcellona di Vilanova che vinse la Liga con quindici punti di vantaggio mentre il Real guardava Robert Lewandowski segnare quattro gol in semifinale di Champions.
Casillas ha scritto sui social che non vuole Mourinho al Real Madrid. "Credo che altri allenatori sarebbero meglio qualificati per allenare nel club della mia vita. Opinione personale. Nient'altro." È una frase diplomatica che nasconde tredici anni di risentimento. Mourinho probabilmente la considera una medaglia.
Perché Florentino lo vuole
Il Real Madrid 2026 assomiglia pericolosamente al Real Madrid 2010 che accolse Mourinho per la prima volta: uno spogliatoio che ha troppo potere, una rosa di stelle difficile da gestire, un presidente che ha bisogno di qualcuno che ristabilisca le gerarchie. La rissa Valverde-Tchouameni, le bande rivali nello spogliatoio, Mbappé che guarda il Clásico da casa, Arbeloa soprannominato "il cono" dai suoi stessi giocatori: il quadro è quello di un gruppo che si è dissolto.
Florentino ragiona con la logica del controllo totale, la stessa che ha portato Mourinho a fare quello che fa. Gli serve qualcuno che parli ai microfoni con la stessa autorità con cui parla nello spogliatoio, che sia in grado di assorbire le polemiche, che abbia abbastanza carisma da far sembrare che il casino sia sotto controllo. Non gli serve un tattico. Gli serve uno capace di fare ordine.
Non è la prima volta che questa logica prevale al Bernabéu: il ragionamento è simile a quello che aveva portato ai ritorni di Ancelotti e Zidane. Il Real Madrid è un universo a parte, dice Florentino, e qui quello che conta è la conoscenza del posto. Poco importa cosa ha fatto Mourinho fuori da Madrid negli ultimi tredici anni. Importa quello che può fare qui, adesso, con questo spogliatoio spaccato.
Il problema è che la prima volta ha lasciato uno spogliatoio ancora più spaccato di come lo aveva trovato. Ma questa considerazione, nell'ufficio di Florentino Pérez in questo momento, evidentemente non pesa abbastanza.
L'uomo che non riesce a smettere
C'è qualcosa di quasi tragico nella traiettoria di Mourinho, se la si guarda da lontano. Un uomo che ha costruito il suo intero sistema identitario sull'idea del controllo, e che ha passato gli ultimi dieci anni a guardare quel controllo sgretolarsi lentamente. Non catastroficamente, non in un singolo momento, ma pezzo per pezzo: un giocatore alla volta, una conferenza stampa alla volta, un esonero alla volta.
Eppure non riesce a fermarsi. Non riesce a stare lontano dal calcio neanche per una stagione intera. Quando il Fenerbahçe lo ha esonerato, versando quindici milioni di euro di buonuscita pur di liberarsi di lui, era già pronto per la telefonata successiva. Quando il Benfica ha perso contro il Qarabag, era già al telefono.
Jonathan Wilson, che forse ha scritto la cosa più intelligente mai scritta su Mourinho, ha posto la domanda giusta: "Uno dei problemi con Mourinho è che, nel momento in cui stai sostenendo che è un manipolatore, devi fermarti e chiederti: è davvero un manipolatore, o è quello che vuole che si pensi di lui?" È una domanda a cui non c'è risposta definitiva. Ed è esattamente per questo che Mourinho funziona ancora, che il calcio continua a prenderlo, che Florentino Pérez lo sta aspettando.
Il personaggio ha ingoiato l'allenatore. Ma il personaggio, adesso, potrebbe bastare a Madrid.