Sabato sera, nella partita d'esordio del gruppo C del Mondiale, il Marocco ha tenuto il Brasile sull'1-1 ed è stata per larghi tratti del primo tempo la squadra migliore in campo. Non tecnicamente superiori per caso, ma perché Bouaddi, El Khannouss e Ounahi sapevano cosa fare della palla, mentre il centrocampo brasiliano no. Una sensazione strana, quasi straniante.
Il Brasile sembrava saper combinare solo qualche scambio elementare tra ala e terzino, il problema è che i terzini non sono più Maicon, Dani Alves e Marcelo, ma si chiamano Douglas Santos e Ibañez.
Il Marocco è sembrato essere la squadra più adatta a smascherare tutte le fragilità del Brasile: la mancanza di creatività e visione, il debolissimo dinamismo e la totale assenza di capacità di riaggressione.
I convocati brasiliani raccontano qualcosa
Il 27% dei convocati del Brasile per questo Mondiale gioca nel campionato brasiliano. Sembra un dettaglio ma non lo è, conoscendo i ritmi e l'indole di un campionato affascinante ma di certo lontano dagli standard europei. Negli ultimi quattro Mondiali quella percentuale non aveva mai superato il 13%, tranne nel 2014 quando arrivò al 17%.
Dall'altra parte, solo il 35% dei convocati a questo Mondiale proviene da top club europei.
Nel 2006 i giocatori che giocavano in Top Club erano il 61%, senza considerare quelli che giocavano in squadre europee in un ottimo momento come Juan nel Bayer Leverkusen, Luisão nel Benfica e il trio dell'Olympique Lione che vinceva la Ligue 1 e arrivava ai quarti di Champions (Cris, Juninho e Fred). Nessuno tra i convocati arrivava da campionati di livello medio o basso e il 13% di convocati provenienti dal campionato brasiliano erano perlopiù riserve.
Nel 2010 si iniziava già a sentire la mancanza della generazione d'oro e la nuova leva faticava ad emergere: Neymar e Pato non convocati, Ronaldinho che iniziava ad essere l'ombra di se stesso, il peso sulle spalle ce l'avevano comunque Kakà, Robinho, Luis Fabiano, Thiago Silva, Maicon e Dani Alves. Il percorso si interrompe ai quarti contro una grande Olanda che arriverà in finale.
Nel 2014 la situazione è più meno simile, il 57% dei giocatori arriva dai top club europei e abbiamo un Neymar nel suo prime o giù di lì, che però è assente per infortunio nella disfatta per 7 a 1 in semifinale contro una Germania schiacciasassi, una delle nazionali più forti della storia.
Nel 2018 la percentuale di giocatori dei top club è addirittura del 74%, ma anche qui la storia finisce ai quarti di finale contro un'altra nazionale che vive un momento d'oro: il Belgio.
Il 2022 vede il 69% di giocatori dai top club oltre a buoni innesti che giocano in Europa, come Paquetà nel West Ham e Richarlison in un ottimo Tottenham. Finisce ai rigori contro la Croazia, ancora in piena golden age e finalista 4 anni prima.
Ogni volta c'era un avversario straordinario ad aspettare il Brasile. Stavolta l'avversario straordinario è la composizione della rosa stessa.
Chi c'è, chi manca, chi non dovrebbe esserci
Il 19% dei convocati viene da campionati di secondo livello. Anche questo è un record. Fabinho gioca nell'Al-Ittihad eppure è sembrato andare al doppio dell'intensità di Casemiro contro il Marocco.
Anche Ibañez gioca nell'Al-Ahli e ci chiediamo se Dodò della Fiorentina era davvero tanto peggio. Luiz Henrique e Douglas Santos giocano nello Zenit e hanno in totale 18 presenze in Nazionale.
Vedere a casa Joao Pedro, Savinho e Alisson Santos lascia perplessi. Vedere a casa Gabriel Jesus, nonostante la stagione difficile, guardando quello che ha combinato Igor Thiago contro il Marocco, lascia qualcosa di più vicino allo sconforto.
La percentuale di giocatori di Top Club Europei non va oltre il 35% e molti arrivano da stagioni anonime (Alisson, Casemiro) o da squadre che ultimamente sembrano più nobili decadute che veri top club (Bremer, Matheus Cunha).
Gli unici veri top player che vivono un momento buono sono probabilmente solo Vinicius Jr., Gabriel (nonostante il rigore sbagliato in finale di Champions, che psicologicamente potrebbe incidere) e Marquinhos. Martinelli ha vinto la Premier League segnando solo 1 gol ma resta un'ottima risorsa per questo Brasile, Raphinha oscilla tra lampi da fuoriclasse e prestazioni anonime. Se a Vinicius spesso basta un lampo per risolvere una partita complicata, Raphinha difficilmente riesce ad accendere la luce se non è in giornata.
Non sorprende che il popolo invocasse Neymar, anche se averlo in rosa per adesso assomiglia più a un atto di fede che a una vera risorsa capace di cambiare le cose.
L'unica variabile nuova
Questo Brasile ha però qualcosa che le edizioni precedenti non avevano. Carlo Ancelotti, un allenatore che ha vinto tutto, che sa cosa significa gestire pressione e talento. Un grande allenatore che però ha sempre costruito le sue fortune su grandi centrocampisti, uomini che tenevano il ritmo in pugno e davano ordine senza togliere fantasia. Qui non c'è niente di simile.
Non è facile dire se questo sia il Brasile peggiore di sempre: forse i risultati aiuteranno a catalogarlo meglio. Di certo è il Brasile meno brasiliano di sempre.
Basterà Ancelotti a colmare le sue lacune?