Ma quindi i Geese vanno odiati o amati?

C’è una band che sta quasi monopolizzando i discorsi musicali degli ultimi mesi. Come al solito, nel dibattito pubblico non c’è spazio per l’equilibrio e per le vie di mezzo.

29 maggio 2026 · 3 min

geese band

Si parla esageratamente bene dei Geese da troppi pochi mesi, segnale forte che qualcosa non torna.

E infatti sono arrivate a ruota anche le accuse di essere industry plant, ovvero una band con un successo creato a tavolino, in sostanza.

La prima certezza è che non siamo davanti a un industry plant nel senso stretto del termine, dato che i Geese sono insieme dal 2016 e avevano già pubblicato due album riconosciuti positivamente da molti artisti e addetti ai lavori. La seconda certezza è che per l’uscita del loro terzo album (Getting Killed, 2025) hanno spinto parecchio sull’acceleratore del marketing digitale. Lo scandalo, se così si può dire, è dovuto al fatto che i Geese hanno costruito la loro reputazione nell’ambiente indie, dove mosse del genere non sono mai troppo ben viste. Soprattutto, assodato che il marketing aggressivo e la ricerca di vantaggi e favoritismi esistono da quando esiste la musica, il pubblico si è divertito a comportarsi da giuria per chiedersi fino a che punto la spinta diventa accettabile e quando invece supera l’etica. Ed è qui che troviamo un termine che racconta meglio la spinta ricevuta dai Geese: “psyop”, ovvero una strategia mirata per influenzare il pubblico.

La band si è affidata a un agenzia di promozione che afferma di “essere in grado di ottenere visualizzazioni su qualsiasi cosa”. La principale strategia consiste nel creare centinaia di pagine su Instagram e TikTok su argomenti vari, creando poi video potenzialmente virali con le canzoni da promuovere utilizzate come sottofondo, simulando una scoperta spontanea insomma. Per rafforzare la strategia, vengono affiancate pagine che sembrano gestite dai fan della band, dove vengono postati video di concerti e interviste. Come ciliegina, vengono ingaggiati piccoli creator che simulano contenuti spontanei: una specie di piccoli influencer che trasmettono però più fiducia e sincerità.

Cambia qualcosa rispetto allo spammare comunicati stampa e/o ingraziarsi i giornalisti in modo che parlino di te? Per il pubblico a quanto pare sì, soprattutto se vieni dal mondo indie. D’altro canto, questa spinta non è detto che funzioni per forza se in fin dei conti la tua musica non piace. Uno dei fondatori dell’agenzia sopracitata ha detto di conoscere e apprezzare i Geese fin dal loro primo album. Si apre quindi un punto di vista opposto: i Geese sono così bravi che sarebbe stato un peccato non farli scoprire al grande pubblico, e gli ascoltatori in effetti hanno risposto in modo chiaro. Nessuno li accusa di fare brutta musica. Persino Cillian Murphy dice di esserne ossessionato (grazie a suo figlio), includendo nell’ossessione anche il disco da solista del frontman Cameron Winter.

La verità, come succede quasi sempre, probabilmente sta nel mezzo. I Geese sono una band di indubbio talento e Cameron Winter è un ottimo musicista (elogiato anche da Nick Cave). L’hype intorno a loro è probabilmente esagerato e ha contribuito a plasmare in maniera troppo ottimistica anche i giudizi della critica musicale. Questo finisce per creare antipatia agli occhi del pubblico, soprattutto in chi li conosce sui giornali prima che attraverso le cuffie. Le strategie di marketing che hanno utilizzato non sono più scandalose di molte altre utilizzate da decenni. Sono strategie tentate da molti altri artisti: con i Geese ha funzionato e il merito è anche della bravura della band. Questo fa sicuramente girare le balle parecchio a chi prova le stesse tattiche senza lo stesso risultato, o a chi legittimamente disprezza questo tipo di marketing.

C’è anche la questione del “quanti altri artisti avrebbero lo stesso successo con le loro stesse possibilità?” Beh, questa è una domanda da un milione di dollari.

E non sono stati certo i Geese a farcela venire in mente la prima volta.