Sabato 26 settembre 2026, a Debrecen, in Ungheria, la conferenza stampa della nazionale irlandese è slittata di oltre cinque ore. Il giorno dopo la squadra avrebbe affrontato Israele in una partita di Nations League, e i giocatori hanno discusso in albergo se scendere in campo. La discussione è nata dalla decisione del portiere Gavin Bazunu, 24 anni, nato a Dublino e in forza al Bolton, che ha comunicato all'allenatore Heimir Hallgrímsson di non voler giocare.
Bazunu ha spiegato la scelta con un messaggio su Instagram.
«La mia decisione si basa unicamente sulla convinzione personale che uccidere persone innocenti sia sbagliato.» (Gavin Bazunu, IG)
Ha precisato che la sua posizione non è rivolta contro il popolo israeliano o la comunità ebraica, ma contro le atrocità nella regione. Ha aggiunto di essere una persona di forte fede e di ritenere sbagliato partecipare alle partite contro Israele.
La decisione della squadra
La partita è in calendario da febbraio, quando la UEFA ha sorteggiato Irlanda e Israele nello stesso girone. Da allora la federcalcio irlandese, la FAI, ha ricevuto richieste di boicottaggio. A novembre 2025 il 93 per cento dei soci FAI aveva votato una mozione che chiedeva alla UEFA di sospendere Israele. Un sondaggio del sindacato dei calciatori irlandesi, a febbraio, indicava che il 63 per cento degli intervistati non voleva che l'Irlanda giocasse. A luglio un'assemblea straordinaria della FAI ha approvato la linea di rispettare le partite, per il rischio di conseguenze sulla federazione. L'Irlanda co-ospita l'Europeo del 2028.
Tra i promotori del boicottaggio c'è la campagna Stop the Game, che si definisce un'ampia iniziativa di tifosi, giocatori, allenatori e dirigenti del calcio irlandese. Si richiama al boicottaggio sportivo lanciato dal movimento palestinese BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), che chiede l'esclusione delle squadre e delle istituzioni israeliane dallo sport internazionale. Secondo la campagna, giocare contro Israele equivale a trattarla come una normale partecipante alle competizioni e le concede un riconoscimento che il boicottaggio vuole togliere. La campagna definisce la guerra di Israele a Gaza un genocidio; una lettera aperta intitolata Stop the Game, promossa dal gruppo Irish Sport for Palestine, è stata firmata da più di 160 atleti irlandesi.
Il primo ministro irlandese Micheál Martin aveva dato il via libera alle partite.
«Penso che lo sport sia un'area che può diventare complicata quando entra nel campo della politica.» (Micheál Martin, primo ministro irlandese, all'Irish Times)
Sabato i giocatori hanno votato. L'amministratore delegato della FAI, David Courell, ha parlato di una «significativa maggioranza» a favore del gioco, senza indicare i numeri.
Bazunu non ha partecipato al voto. L'ex commissario tecnico Brian Kerr, che ha detto di aver parlato con il portiere, ha definito la sua scelta «una posizione molto legittima» e «una decisione eroica», riferendo che Bazunu si sentiva «piuttosto giù» e «evitato da alcuni giocatori e dalla FAI». L'ex leader laburista britannico Jeremy Corbyn ha scritto su X che il portiere ha mostrato «immenso coraggio morale e integrità».
Anche Stop the Game è intervenuta prima della partita, con un comunicato che chiedeva le dimissioni di Courell. Un suo attivista, Cieran Perry, ha ricordato che pochi giorni prima il primo ministro Martin aveva detto alle Nazioni Unite che la verità su Gaza «farà vergognare il mondo», e ha parlato di ipocrisia nel far giocare la partita. Un altro, Brendan Ogle, ha dichiarato:
«David Courell deve dimettersi. La dirigenza della FAI non è all'altezza.» (Brendan Ogle, attivista di Stop the Game)
Un terzo attivista, Lar Ó'Tuama, ha sostenuto che i giocatori contrari a scendere in campo sarebbero sotto pressione da parte dei loro agenti. Courell ha annunciato le misure concordate dalla squadra: fascia nera al braccio in ricordo di tutte le vite perse nel conflitto, nessuna stretta di mano né scambio di gagliardetti prima del fischio d'inizio, nessun impegno con i media per i giocatori. FAI e giocatori hanno inoltre previsto di donare in beneficenza i compensi della partita.
Nei giorni precedenti Hallgrímsson aveva detto: «Non giochiamo con il genocidio, giochiamo contro il genocidio». La federazione israeliana aveva risposto accusandolo di ignoranza, ipocrisia e stupidità. Sabato l'allenatore ha definito quella parola «sbagliata» e ha spiegato che giocare non significa accettare ciò che accade a Gaza.
La federazione israeliana ha commentato la decisione irlandese di giocare con una nota letta in conferenza stampa.
«Quello che abbiamo visto oggi è che ha vinto il calcio. La separazione tra calcio e politica deve continuare.» (comunicato della federazione israeliana)
Amnesty International, in una dichiarazione sulla partecipazione di Israele, ha invece sostenuto che «quando le regole vengono violate, quando occupazione, apartheid e genocidio sono in corso, non possiamo guardare altrove».
Sul campo di Debrecen
Domenica sera, a Debrecen, la partita si è giocata in uno stadio quasi vuoto. La UEFA non permette a Israele di giocare in casa dal settembre 2023 per motivi di sicurezza, e l'incontro si è tenuto in campo neutro. I giocatori irlandesi indossavano la fascia nera. Durante l'inno israeliano hanno abbassato lo sguardo e il capitano Dara O'Shea non ha stretto la mano al capitano israeliano Manor Solomon, che ha parlato così dopo la partita:
«Non voglio parlare dei giocatori irlandesi. Se dico quello che penso di loro, rischio di essere squalificato per qualche partita. È evidente che ci odiano. A noi non piacciono. Abbiamo un Paese dieci volte migliore del loro, più forte, un Paese straordinario con persone straordinarie. Siamo orgogliosi di indossare la maglia della nazionale e di essere israeliani. Siamo orgogliosi del nostro Stato e dei nostri soldati.» (Manor Solomon, capitano di Israele, come riportato dal Times of Israel)
L'Irlanda ha vinto 3-0, con gol di Parrott al 13', Idah al 16' e Moylan al 25'. Gavin Bazunu non era allo stadio.
Dopo la partita il CT Hallgrímsson ha detto: «Nessuno metteva in discussione la sua decisione. Erano solo i tempi a essere difficili da gestire per noi». Ha aggiunto che, giocando, l'Irlanda «scontenta alcuni e rende felici altri».
Perché Israele gioca in Europa
Israele è geograficamente in Asia, ma la nazionale israeliana dal 1994 è affiliata alla UEFA. Prima della fondazione dello Stato, nel 1948, il calcio nella regione era rappresentato dalla squadra del Mandato britannico della Palestina, che aveva partecipato alle qualificazioni mondiali del 1934. Dopo il 1948 la nazionale israeliana ha iniziato a giocare sotto l'egida della FIFA e ha aderito alla confederazione asiatica, la AFC.
In quegli anni molte nazionali di fede musulmana hanno rifiutato di affrontarla, soprattutto dopo la crisi di Suez del 1956. Nelle qualificazioni al Mondiale del 1958 le avversarie di Israele nel girone si sono ritirate, e la FIFA ha dovuto trovare una soluzione alternativa. Il fenomeno è proseguito negli anni Sessanta, e la FIFA ha inserito Israele in gironi misti con l'Oceania. Con questa formula la nazionale si è qualificata al Mondiale del 1970, la sua unica partecipazione.
Nel 1974 la AFC ha espulso Israele, con il voto a maggioranza di una mozione presentata da Kuwait e Corea del Nord. Per vent'anni la nazionale ha giocato le qualificazioni come squadra indipendente, affrontando soprattutto formazioni europee e oceaniche, senza più qualificarsi a un Mondiale.
Nel 1994 la UEFA ha accettato la richiesta di adesione di Israele. Sono stati soprattutto i club a spingere per la soluzione, per poter accedere alle coppe europee. Da allora la nazionale partecipa alle qualificazioni per Europei e Mondiali. Non si è ancora qualificata a un Europeo e non è tornata a un Mondiale.
Irish Sport for Palestine sostiene che la federazione israeliana abbia violato gli statuti di UEFA e FIFA consentendo a squadre di giocare su territori palestinesi occupati, e chiede che Israele venga esclusa da entrambi gli organismi.