La fiera del niente, il ritorno dell’anima R&B di Chiara Bertelli

In Italia, R&B, jazz e soul stanno vivendo una nuova stagione, anche grazie a una generazione di musicisti che sta tornando a sonorità più autentiche e meno legate alle convenzioni del pop. Tra questi c’è Chiara Bertelli.

29 settembre 2026 · 9 min

chiara bertelli la fiera del niente

La fiera del niente è il nuovo singolo di Chiara Bertelli e segna il ritorno dell’artista bresciana alle sonorità R&B, soul e jazz. Dopo anni di sperimentazione sotto lo pseudonimo Elly, Chiara sceglie di ripartire dal proprio nome di battesimo, in un gesto che trasmette la riconnessione con sé stessa: un modo per tornare alla propria voce più sincera, guardandosi dentro lasciando da parte le aspettative esterne.

Scritto e composto da lei, La fiera del niente è un brano elegante e viscerale che intreccia R&B contemporaneo, soul cinematografico, jazz e pop d’autore in un’atmosfera sospesa e notturna. La produzione valorizza ogni sfumatura emotiva della voce di Chiara, accompagnando l’ascoltatore dentro un paesaggio sonoro caldo e vellutato.

Il brano nasce da una fragilità reale: la sensazione di sentirsi fuori posto in un mondo che spesso premia superficialità e velocità, lasciando poco spazio alla profondità emotiva e all’empatia. Dentro questa vulnerabilità si nasconde anche una forma di rinascita, ed è qui che La fiera del niente diventa una ricerca di pace interiore, un invito a conoscersi più a fondo e a trasformare la propria sensibilità in forza. È una canzone che parla di guarigione, ascolto e consapevolezza, lasciando spazio anche a una dimensione più spirituale e intuitiva del sentire.

Con questo nuovo capitolo, Chiara Bertelli definisce una direzione artistica chiara e riconoscibile: un’estetica R&B, soul e jazz contemporanea, costruita su autenticità, eleganza e intensità emotiva. Un immaginario che affonda le radici nella tradizione black e vicina alle sensibilità contemporanee di artisti come Jazmine Sullivan, Sophie Faith, Sasha Keable, Yebba, Leon Thomas, Giveon e PJ Morton.

L’intervista a Chiara Bertelli per l’uscita de La fiera del niente

Com'è nata La fiera del niente?

L’embrione della canzone è nato anni fa perché già da tempo meditavo di tornare a scrivere e a parlare di me in veste completamente autentica, ma c’era sempre qualcosa che mi portava a fermarmi ancora prima di partire.

Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, però, a seguito di tantissimo lavoro su me stessa e in coincidenza con un brutto periodo a livello personale, mi sono trovata un po’ sola, spaesata e come se, nonostante non fosse la prima volta a capitarmi, dovessi ripartire da zero.

Dopo un’estate complicata che inevitabilmente mi ha messa alle strette, ho capito che era tempo di ricominciare e ripartire da me, che era l’unica cosa che sentivo di non aver ancora perso.

Ho ripreso tra le mani svariati brani che nel tempo avevo scritto ma lasciato ad ammuffire nelle cartelle del mio pc, e ho riascoltato La fiera del niente, che mi sembrava proprio il brano perfetto da cui ripartire.

Il brano ha questo titolo da quando la sua melodia esiste nella mia testa, e deriva da un breve testo a sfondo sociale che ha scritto mia mamma a tempo perso e che mi ha fortemente ispirata.

Riascoltandola mi sono accorta però che le parole erano il frutto di uno sguardo passato che nel tempo era mutato ed era necessaria quindi una veste più attuale.

Ho cambiato quasi tutto il testo che avevo scritto in prima stesura, ho scritto il bridge che ancora non esisteva e aggiunto delle nuove parti vocali. Infine, con la produzione, abbiamo rivisto le armonie e gli abbiamo costruito addosso il miglior vestito che in questo momento, per il mio gusto, la mia esperienza stilistica e il mio sentire, potesse avere.

Cosa resta di Elly in questa tua nuova identità?

Di Elly rimane tutto: rimane il vissuto, rimane l’esperienza, rimane la gioia di un’adolescente che desidera vivere di musica, rimangono le ferite, rimangono i bei ricordi ma anche la tristezza e la frustrazione.

Elly è una parte di me che non posso e non devo cancellare, anche se spesso ho desiderato di farlo, perché fa parte della mia storia e di tutto ciò che mi porto dietro di questi 12 anni di esperienza discografica, musicale ma soprattutto di vita.

Chiara invece sono io, senza filtri, col nome che mi hanno dato mamma e papà, col nome con cui mi chiamano e mi hanno sempre chiamato tutti. Col nome che quando sento nominare ad alta voce in una piazza, nonostante sia uno dei più comuni, mi fa girare.

Chiara è l’anima di Elly.

Nessun personaggio, nessuna costruzione, nessuna bugia.

Chiara è la bimba di 3 anni che cantava Christina Aguilera, Michael Bublé e Mariah Carey in macchina con la mamma, la ragazzina di 11 anni che ha tanto insistito per iniziare a studiare canto e ad esibirsi sui palchi, l’adolescente che avrebbe fatto di tutto pur di sentirsi vista, amata e al centro di tutte le attenzioni, la diciannovenne che se ne va dal suo paesino verso la città per iniziare il Conservatorio e che si sente di dover ricominciare da zero, come se prima non avesse mai visto il mondo.

Chiara è la jazzista, la cantautrice, la vocalist, l’insegnante di canto, è il risultato di tutta la sua vita dedicata alla musica. Ma tutto ciò è estremamente riduttivo. Chiara è molto più di questo, e spero di potervelo raccontare nelle mie canzoni. Chiara sono io, dal profondo della mia essenza.

Cosa ha fatto scattare il desiderio di ripartire col tuo nome?

La decisione la meditavo da tempo, almeno da 4/5 anni, e lo scorso anno ho capito che il blocco principale che mi impediva di ricominciare a scrivere era la mia identità. Per anni avevo portato un nome che mi era stato dato all’inizio delle mie prime produzioni discografiche e che, più passava il tempo, più crescevo, più imparavo, sperimentavo e vivevo, meno sentivo mio.

Il mio percorso musicale, nonostante abbia 28 anni, è molto lungo e inizia nel 2014 a livello discografico anche se molto prima nella formazione e nella sperimentazione. Questo percorso non è sempre stato facile, anzi, qualche anno fa mi sono trovata a fare i conti con la mia verità, con situazioni e persone che pensavo potessero farmi bene e valorizzarmi e invece mi stavano togliendo linfa vitale da troppo tempo. Non è stata una scelta facile per svariate ragioni, dalle più intime e personali a quelle burocratiche, tecniche e di coerenza di brand.

È stata però una scelta necessaria, un punto col passato e una lettera maiuscola per iniziare a scrivere un nuovo capitolo che parla di me e che spero porterà con sé tanta luce.

Come si può sopravvivere nel quotidiano senza farsi travolgere da superficialità e velocità? Come ci riesci?

Beh, non sempre ci riesco ed è proprio da questo concetto che nasce il brano. Sentire, provare, osservare tanto ed essere in contatto con tutto questo non sempre aiuta, a maggior ragione in un mondo che va così veloce come il nostro, in cui tutto deve essere consumato velocemente e dove nulla sembra fermarsi, restare.

La fiera del niente è la metafora di tutte quelle cose, quelle relazioni o situazioni che più che avere e dare valore semplicemente appaiono e non portano con sé la sostanza.

In dialetto bresciano si dice “nient de sena” che vuol dire letteralmente “niente per cena”, un po’ il concetto di “tanto fumo e niente arrosto”.

Ho cercato di restituire attraverso il mio sguardo, che non vuole essere solo analitico ma anche una visione di pancia, una visione a tratti spirituale, quella sensazione di inadeguatezza nell’osservare la superficialità, la fretta, il maniacale consumo e sentirsi fuori posto nel desiderare qualcosa di vero e di semplice.

La sensazione di disagio nell’entrare in contatto con le nostre emozioni e con il nostro sentire perché il contenitore esterno è troppo piccolo per riuscire a contenerle.

Riportando il macro-concetto sul mio sentire personale e musicale, ho visualizzato le parti del brano come concetto di contrapposizione tra luce e ombra, che tutti dentro di noi abbiamo.

La strofa rappresenta l’ombra, la mia parte più “terrena”, quella irrisolta e piena di fragilità, la mia parte arrabbiata e confusa che continua ad interrogarsi senza trovare risposte.

I ritornelli invece rappresentano la mia parte più “spirituale”, la luce e la speranza. La parte lucida che si ricorda che tutte le cose che ho vissuto e sto vivendo mi stanno portando verso un’importante evoluzione. La parte che non teme di “specchiarsi dentro antiche paure” (cit. dal testo) che non sono solo le mie paure, ma le paure che tutti abbiamo e che probabilmente ci portiamo dietro da generazioni.

Questa dualità esiste in tutti noi e riuscire a trovare l’equilibrio rimane il meraviglioso mistero della vita.

R&B, Jazz e Soul sono generi che in Italia storicamente fanno un po' fatica, ma negli ultimi anni diversi artisti stanno riprendendo questa strada. Pensi che qualcosa sia cambiato?

Credo che, soprattutto negli ultimi anni e nelle nuove generazioni, un po’ come per la nostra condizione sociale, stiamo arrivando ad una grande scissione.

Da una parte abbiamo la musica fatta con l’AI, voci finte, campioni, generi stereotipati e facilmente intercettabili con testi privi di significato ma che restituiscono un risultato molto orecchiabile e incredibilmente funzionale da un punto di vista di marketing per una sempre più centrifugante divulgazione di massa.

Dall’altra abbiamo il ritorno a progetti con soli strumenti veri, ricerca e contaminazione fra generi, desiderio di trovare un linguaggio moderno e contemporaneo che però porti con sé l’esperienza e il bello del passato, di una musica che faceva vibrare l’anima e danzare il cuore, di parole che sapevano rassicurare le menti.

Credo fortemente che i generi musicali considerati “di nicchia”, come in questo caso l’R&B/Soul, il Jazz e molti altri, stiano tornando ad essere fruiti anche dal pubblico meno musicalmente colto con la stessa spinta che ha un disperso nel deserto: tornare a dissetarsi, tornare a nutrirsi.

Credo che più andremo avanti più ci sarà la necessità di tornare indietro e poter toccare con mano la verità, le cose che sanno di genuino e che risuonano con la parte di noi più antica.

Le tue più grandi ispirazioni nel mondo musicale?

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalle grandi voci della Black Music, spaziando dal Soul vecchia scuola al Pop/R&B più moderno e contaminato.

La mia formazione jazzistica in Conservatorio ha indubbiamente e definitivamente aperto dentro di me il varco per il viaggio di sola andata verso la Black Music. Tutto ciò che è colorato, caldo, eseguito in agilità e che porta con sé messaggi profondi mi appartiene.

Il Jazz mi restituisce sempre eleganza, raffinatezza ma anche tutte le emozioni grezze e viscerali di chi ne ha gettato le basi. Nello specifico, l’aspetto improvvisativo e l’attenzione alle armonie è la parte che spero di mantenere sempre anche nella mia musica originale.

Il Soul e il Pop-R&B mi attraggono sempre per il groove, per il colore caldo e per il forte pathos interpretativo che portano con sé.

Infine, da brava italiana, non può mancare l’amore per le parole, per la scrittura che sempre si ispira alle grandi penne del cantautorato del nostro paese.

Le tue canzoni preferite? O meglio, le canzoni più adatte per conoscere Chiara.

Se dovessi citare le mie canzoni preferite o quelle che negli anni hanno avuto qualcosa a che vedere con me e con i generi che più ho ascoltato e amato probabilmente occuperei almeno una decina di pagine. Dato che non è possibile penso mi limiterò a citare sei brani che lo scorso anno avevo in continua rotazione nella mia playlist e che mi hanno accompagnata nel viaggio verso il cambio di nome e la ripartenza con la mia musica originale.

  • Look Me, I Can Fly – Annie Tracey
  • Yes It Is – Leon Thomas
  • Move it along – Sasha Keable
  • Traces – Tyler Lewis
  • Folded – Kehlani
  • Twenties – Giveon