L'Europa League è innamorata di Emery

Unai Emery ha vinto la quinta Europa League con la terza squadra diversa, 12 anni dopo la prima volta. Proviamo a spiegare questo fenomeno occulto.

21 maggio 2026 · 6 min

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A Istanbul, mercoledì sera, il Friburgo ha incontrato due cose che non si battono: una squadra inglese in una finale europea e Unai Emery. Il risultato finale, 3-0, è stato più un resoconto contabile che una sorpresa. Tielemans su schema da calcio d'angolo nel primo tempo, poi il tiro di Buendía che ha chiuso ogni discorso prima dell'intervallo, poi Rogers nella ripresa a siglare il conto definitivo. Per la squadra tedesca, alla sua prima finale europea in centotrenta anni di storia, era già una vittoria esserci. Per l'Aston Villa era semplicemente un appuntamento da non mancare.

Prima di questa notte, l'ultima volta che Birmingham aveva vinto qualcosa in Europa era il 1982. Quarantaquattro anni di silenzio, interrotti da un basco di Hondarribia con il gel nei capelli e un'ossessione per la tattica che lo porta a svegliarsi alle due di notte per guardare partite di squadre che non incontrerà mai. Il Principe William, che di quella squadra è tifoso, ha scritto sui social prima di unirsi ai giocatori per una birra: «Sono trascorsi 44 anni dall'ultima volta che abbiamo vinto un trofeo europeo.» Non è il commento di un reale. È il commento di qualcuno che aspettava.

Cinque volte non è un caso

Emery ha vinto l'Europa League con il Siviglia nel 2014, nel 2015 e nel 2016. Poi con il Villarreal nel 2021. Ora con l'Aston Villa nel 2026. Cinque titoli, tre squadre diverse, un unico denominatore: nessuna di queste squadre era la favorita assoluta del calcio europeo nel momento in cui ha vinto. Il Siviglia non era il Real Madrid. Il Villarreal non era il Barcellona. L'Aston Villa non è il Manchester City. Emery non allena i favoriti: li costruisce.

Diego Simeone è l'unico altro allenatore ad aver vinto questa coppa più di una volta nell'era moderna. Ancelotti, Mourinho e Trapattoni hanno accumulato cinque trofei continentali in totale, tra Champions League e tutto il resto. Emery ne ha cinque tutti nella stessa competizione. È una specializzazione che ha qualcosa di anomalo, quasi di monomaniacale: il suo bilancio complessivo in Europa League è di 109 partite, 70 vittorie, 23 pareggi, 16 sconfitte. Nelle fasi a eliminazione diretta, nelle ultime 39 partite disputate, la sua squadra ha passato il turno 33 volte.

Il capitano dell'Aston Villa John McGinn ha detto che le ore che Emery dedica ai dettagli sono «una cosa che non avevo mai visto prima.» Ivan Rakitić, che lo ha avuto al Siviglia, ha detto che «vive di calcio 24 ore su 24, tutto l'anno.» Prima della finale contro il Manchester United nel 2021, Emery aveva fatto studiare ai giocatori del Villarreal diciassette partite dei Red Devils. Diciassette. Non è preparazione: è qualcosa che assomiglia a una condizione neurologica.

Il paradosso del perdente vincente

Eppure Emery ha anche fallito, e in modo clamoroso. Al Paris Saint-Germain, con la rosa più forte che abbia mai allenato, ha subito la rimonta leggendaria del Barcellona agli ottavi di Champions del 2017: 4-0 all'andata, 6-1 al ritorno, una notte passata alla storia come la remontada. All'Arsenal ha chiuso quinto e poi è stato esonerato. L'unica finale di Europa League che ha perso è stata quella del 2019 a Baku, quando il suo Arsenal è stato travolto 4-1 dal Chelsea di Maurizio Sarri. Il pattern è evidente: Emery vince quando deve fare il miracolo, fatica quando il miracolo non è richiesto. Le sue squadre si esaltano con l'organizzazione difensiva e il contropiede, con la consapevolezza tattica di chi sa di non potersi permettere errori. Quando quella pressione scompare, scompare anche qualcosa di essenziale nel suo gioco.

L'Aston Villa di questa stagione è il ritratto perfetto di questa contraddizione. Ha cominciato senza vincere le prime sei partite di campionato. Non segnava, non convinceva, sembrava una squadra che aveva esaurito la spinta accumulata nelle stagioni precedenti. Poi qualcosa si è riacceso, e da quel momento in poi è diventata la squadra che ha recuperato più punti da situazioni di svantaggio in tutta la Premier League: diciotto. Non è fortuna. È una squadra che sa come rientrare in partita, che conosce i propri meccanismi abbastanza da attivarli anche quando è sotto.

Birmingham sul tetto d'Europa

Quando Emery è arrivato all'Aston Villa nell'ottobre del 2022, la squadra era quindicesima in classifica. Non si qualificava per le coppe europee da oltre un decennio. In tre anni l'ha portata a un quarto posto, a un quarto di finale di Champions League, e adesso a vincere l'Europa League. Non ha a disposizione una rosa di fenomeni: Boubacar Kamara, Amadou Onana, Youri Tielemans a centrocampo, con Buendía, Rogers, Watkins e McGinn a fare male davanti. Giocatori capaci, completi, ma non il tipo di nomi che spostano gli equilibri da soli. Sono diventati pericolosi perché qualcuno ha insegnato loro esattamente dove mettere i piedi.

Quello che è cambiato nel corso di questa stagione, e che gli analisti di Opta segnalano come indicatore di qualcosa di più strutturale, è che l'Aston Villa ha smesso di segnare quasi per caso. Nelle prime settimane di campionato, nove dei sedici gol erano arrivati da fuori area, un'anomalia statistica in un calcio che si gioca sempre più vicino alla porta. Poi la squadra ha cominciato a segnare anche dall'interno. È la differenza tra una squadra che sopravvive ai propri limiti e una che li ha superati.

Il Friburgo, dall'altra parte del campo a Istanbul, rappresentava qualcosa di diverso e per certi versi di più puro. Una società ancora posseduta al cento per cento dai suoi tifosi-soci, una squadra costruita con pazienza e intelligenza di scouting, arrivata in finale per la prima volta nella sua storia ultracentenaria. Quando sul 3-0 Schuster ha mandato in campo le sue riserve, i tifosi in curva cantavano ancora. Non era rassegnazione: era la consapevolezza che essere lì era già una risposta a qualcosa. L'Aston Villa genera ricavi tre volte superiori a quelli del Friburgo. Di soli cartellini ha speso, nelle ultime tre finestre di mercato estive, otto volte di più. Alcune finali nascono già scritte, e il calcio ha l'onestà di dircelo.

Il re che non si chiama così

Alla vigilia della finale, Emery ha detto: «Non sono il re di questa competizione.» È una frase che dice tutto sull'uomo: l'understatement come tattica, la modestia come forma di concentrazione. Ma i numeri non si modestizzano. Da agosto 2013, nelle fasi a eliminazione diretta di Europa League, le sue squadre hanno vinto 30 scontri su 31. L'unica sconfitta è quella finale del 2019 contro il Chelsea. Trent'uno scontri diretti di storia del calcio europeo, prodotti da un allenatore che studia gli avversari di notte, che gioca a scacchi sul telefono con il suo vero nome contro sconosciuti, che porta in ritiro diciassette video di preparazione prima di una finale.

Solo il Siviglia ha vinto l'Europa League più volte di Emery. Il Siviglia, peraltro, deve tre di quei titoli proprio a lui.

L'anno prossimo giocherà in Champions League. Emery ha già detto che quella è la prossima sfida. Viene da pensare che anche lì, prima o poi, troverà il modo di sorprendere.