L’Odissea di Nolan è magnifica se non conosci quella di Omero

Oppure se l’hai dimenticata, o se hai voglia di ignorare i dettagli dell’originale.

28 luglio 2026 · 5 min

odyssey christopher nolan

L'Odissea di Christopher Nolan è inevitabile in queste ultime settimane. Se ne parla da ben prima che arrivasse nei cinema, e infesterà i discorsi con colleghi, amici e parenti almeno fino alla fine dell'estate. Trovare qualcuno che non sia andato al cinema, che voglia andarci o che non abbia un'opinione fortissima sul film è quasi impossibile.

Tra questi ci sono una bella fetta di appassionati di miti greci, di spumeggianti rampolli usciti dal liceo classico che hanno una voglia enorme di puntare il dito contro il blasfemo Nolan e la sua inesatta trasposizione cinematografica di un mito tramandato a voce e scritto da uno che forse non è esistito. Quanto deve fare male vedere applaudire un film che non rispetta alla perfezione una storia che hai studiato per anni, della quale ti sei vantato come simbolo del tuo valore culturale? Non resta altra soluzione se non criticarla, puntare il dito verso Nolan per affermare la propria identità.

Tutti problemi che non affronta chi ha frequentato l'alberghiero, e si gode un viaggio di quasi tre ore in un ritmo sorprendentemente fluido e catalizzante. La durata sembrava troppo breve per raccontare l'Odissea e troppo lunga per un pubblico con una capacità di attenzione dilaniata dal mondo del web. Centosettantadue minuti sembravano un sinonimo di sequestro di persona. Alla fine, con questo ritmo, si sono rivelati semplicemente adatti.

C'è da dire che la scelta di Nolan, in ogni caso, di prendere nel suo momento migliore una delle storie più eccezionali della narrativa universale e trasformarla in un film con un budget di quasi trecento milioni non poteva finire troppo male, dai.

Due tifoserie nello stadio di Itaca

Il campo si è spaccato in fretta. Da una parte i lettori di Omero, offesi da un Ulisse senza il vino versato a Polifemo, senza il gioco di parole su Nessuno, senza gli dèi che parlano faccia a faccia con gli uomini. Dall'altra chi in sala ci è entrato senza aver mai aperto il poema, e ne è uscito travolto da un ritmo che qualcuno ha paragonato a un thriller di guerra più che a un'epica.

C'è chi ha trovato il protagonista di Matt Damon troppo spento, un reduce malinconico più vicino a certi eroi da cinema d'azione americano che all'uomo scaltro e multiforme del testo greco, capace di mentire, sedurre, ingannare persino sé stesso. Si può però leggere in quella freddezza una scelta precisa, la trasformazione del mito in referto clinico di uno stress da guerra, con gli dèi ridotti a proiezioni della coscienza di chi è tornato dal fronte diverso da come è partito.

Non sono mancate le stroncature più feroci, con tanto di elenchi dei momenti più imbarazzanti del film, da una Circe ridotta a strega da fiaba a un'Atena immaginaria scambiata per amica invisibile. Ma accanto a queste letture ne sono emerse altre, più disposte a concedere a Nolan il beneficio del dubbio: chi ha visto nella scelta di eliminare quasi del tutto gli dèi dell'Olimpo un gesto filologicamente più fondato di quanto sembri, legato agli studi più recenti sul collasso dell'età del bronzo e sull'identità dei cosiddetti Popoli del Mare, che alcuni ricercatori hanno accostato proprio agli stessi achei reduci da Troia. Distruttori e distrutti, nello stesso film.

Quello che il poema non dice mai

La parte più interessante di tutta questa storia, in fondo, non riguarda Nolan. Riguarda quanto poco, del racconto che crediamo di conoscere a memoria, appartenga davvero a Omero. Il ciclope con un occhio solo al centro della fronte, per esempio, non viene mai descritto così nel poema: si parla di un occhio al singolare solo perché dopo l'accecamento Polifemo resta cieco del tutto, e per un curioso dettaglio le sopracciglia bruciate dal palo arroventato restano al plurale. Le sirene non hanno coda di pesce: quell'immagine arriva secoli dopo, nel medioevo, quando la tradizione greca si fonde con quella di altre creature acquatiche. La Scilla omerica ha dodici piedi e sei teste dai denti aguzzi, ben lontana dalla donna con i cani alla vita che conosciamo dai dipinti. E il cavallo di Troia, l'inganno più celebre della letteratura occidentale, non compare nemmeno nell'Iliade: arriva nell'Odissea, in appena due passaggi, e deve buona parte della sua fortuna a Virgilio, molto dopo Omero.

C'è chi ha persino ipotizzato che dietro il cavallo si nascondesse in origine una nave dalla prua a forma equina, un'idea affascinante quanto contestata dagli studiosi. Resta il fatto che ogni epoca si costruisce la propria Odissea, e il cinema, da questo punto di vista, non fa eccezione: anche i Lestrigoni, il doppione meno amato di Polifemo, spariscono quasi sempre dagli adattamenti, e Nolan è tra i pochi ad averli riportati in scena (a modo suo, come una specie di giganti robotici).

Le ancelle che il film non impicca

C'è poi un'omissione che quasi nessuno ha notato, o con cui tutti siamo d’accordo. Nel poema, dopo la strage dei Proci, Telemaco impicca con le proprie mani le dodici ancelle che avevano tradito la casa paterna. Una scena brutale, che nella logica antica serve a chiudere il cerchio della vendetta e a segnare il passaggio del figlio all'età adulta. Nolan la cancella del tutto. Si può leggerla come un'ennesima libertà, un ammorbidimento comodo per un pubblico contemporaneo che difficilmente perdonerebbe al giovane erede una violenza così fredda su un gruppo di donne. Probabilmente è anacronistico pretendere che un blockbuster estivo mostri dodici impiccagioni sommarie senza processo. E probabilmente, in questo caso, l'anacronismo va concesso volentieri.

Il trauma al posto degli dèi

C'è anche chi ha proposto una lettura più ambiziosa, avvicinando questo film a Oppenheimer per parentela tematica più che narrativa. Un uomo geniale genera qualcosa di devastante, vince, e paga quella vittoria con una colpa che nessun trionfo può cancellare. Il cavallo di legno diventa la bomba del mondo antico, e Ulisse un uomo costretto a vivere con la consapevolezza di aver distrutto un'intera civiltà per salvarne un'altra. In questa chiave anche l'esilio finale, la principale libertà che Nolan si prende rispetto al testo, trova una sua logica: non è un'invenzione priva di basi, ma richiama fonti antiche meno note, che raccontano proprio di un'Itaca costretta a scegliere l'esilio del suo re per fermare la faida tra le famiglie dei pretendenti uccisi.

Difficile dire chi tra tutti questi lettori abbia ragione. Forse ha ragione soltanto chi, al cinema per tre ore, si è semplicemente goduto il viaggio, senza sentire il bisogno di vendicare Omero.