C'è una domanda che nessuno ha formulato con precisione, ma che il Brasile intero si è portato addosso per mesi come un peso sordo: Neymar è ancora Neymar? La risposta, a lungo, sembrava essere no. O almeno: non abbastanza. Non abbastanza per una Nazionale così competitiva, non abbastanza per un Mondiale, non abbastanza per reggere il peso di tutto quello che il Brasile proietta su di lui da quando aveva diciassette anni. Poi Carlo Ancelotti sale su un palco, pronuncia il suo nome in ordine alfabetico tra gli attaccanti convocati per il Mondiale 2026, e la platea esplode. Qualcuno abbraccia chi gli sta accanto. Qualcuno balla. I bambini di una scuola elementare di São Vicente festeggiano come se fosse Natale. Marcelo esulta dal suo appartamento. Il Santos lo proclama, di nuovo, erede di Pelé. È uno di quei momenti irrazionali, dove il cervello si spegne ed è solo la pancia a comandare: Neymar è uno dei pochi giocatori ancora capaci di esaltare ed emozionare chi guarda una partita di calcio. Ce ne sono sempre meno, anche in quella florida terra brasiliana che ha sempre prodotto talenti cristallini e innamorati del pallone. Il calcio ha preso un’altra direzione, ce ne siamo fatti una ragione da un po’, e forse anche per questo la convocazione di Neymar fa felici un po’ tutti. Come una convocazione in Nazionale sia diventata una notizia, per uno dei più grandi calciatori della storia, è una bella domanda.
L'Arabia e il silenzio
Per capire come si arriva a quel palco bisogna fare un passo indietro di qualche anno, fino all'estate del 2023, quando Neymar lascia il PSG dopo sei stagioni e si trasferisce all'Al-Hilal. Lo stipendio è nell'ordine dei 160 milioni l'anno. È una cifra che non ha senso tentare di visualizzare. Il trasferimento viene accolto con una certa rassegnazione dai tifosi brasiliani, che già da qualche anno avevano smesso di aspettarsi da lui grandi exploit. Quello che succede in Arabia è però peggio di qualsiasi aspettativa negativa. In ottobre, nella partita del Brasile contro l'Uruguay, Neymar si rompe il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. È fuori per un anno e mezzo. Al rientro, l'Al-Hilal lo esclude dalla lista per la Saudi Pro League. In un anno e mezzo di contratto, Neymar gioca in tutto sette partite, per 428 minuti totali. Meno di cinque partite intere. A gennaio 2025 rescinde il contratto e torna in Brasile.
Il ritorno che non era un ritorno
La presentazione al Santos è una di quelle cerimonie in cui il calcio brasiliano è molto bravo: lo stadio pieno, i fuochi, la musica, la telecronaca che tratta tutto come se fosse un evento storico. Neymar scoppia in lacrime. "È un salvataggio per me", dice. "È da molto tempo che non faccio quello che amo di più." Il Santos, nel frattempo, è un club che ha toccato il fondo con una certa sistematicità. Nel 2023 era retrocesso in Serie B per la prima volta in 111 anni di storia. Era tornato in prima serie, ma con i debiti che lo avvicinavano alla bancarotta e una squadra costruita male. Il ritorno di Neymar doveva essere il segnale che le cose stavano cambiando. In realtà le cose stavano semplicemente andando avanti, nel loro modo complicato. Le prime partite sono difficili da guardare, per chi ricorda com'era. Non tanto perché giochi male, ma perché ogni gesto sembra costoso, come se il corpo stesse negoziando in tempo reale il prezzo di ogni accelerazione. Qualcuno online scrive che "gioca come uno che crede di essere Neymar ma non è Neymar", e la frase fa il giro perché è crudele nella misura esatta in cui è precisa. Da marzo a luglio gioca quattro partite. Ad agosto, nel giorno della sua 250ª presenza in maglia bianconera, il Santos prende sei gol in casa dal Vasco da Gama. Neymar viene ripreso con gli occhi gonfi, abbracciato al tecnico avversario, a fine partita. Qualche settimana dopo si fa vedere al carnevale di Rio. La polemica è automatica.
Il ginocchio, di nuovo
A novembre, durante la partita contro il Mirassol, sente di nuovo dolore al ginocchio sinistro. Lo stesso ginocchio. Gli esami confermano una lesione al menisco. L'operazione è necessaria, lo stop sarà lungo, la stagione è a rischio, e con lei le ultime speranze di salvezza del Santos, che in quel momento naviga in piena zona retrocessione. In quei giorni Neymar posta su Instagram, senza scrivere niente, una foto di Kobe Bryant. È quella celebre in cui rimane immobile mentre Matt Barnes finge di tirargli la palla in faccia durante una rimessa. Il riferimento alla Mamba mentality è esplicito. È il tipo di cosa che uno posta per dirla a se stesso, non ai follower. Quello che succede dopo è strano, nel senso migliore. Pochi giorni dopo l'operazione, Neymar si presenta agli allenamenti in vista della partita contro lo Sport Recife. Il ginocchio è in un tutore decorato con un disegno che ricorda un mandala. Nessuno si aspetta che scenda in campo. Scende in campo dal primo minuto. Al quarto d'ora segna. Corre verso la curva e quasi finisce nei cartelloni pubblicitari prima di riuscire a esultare. La partita finisce 3-0. Quella successiva, in trasferta contro la Juventude, alla penultima giornata, con il Santos quindicesimo e la Juventude diciannovesima, Neymar segna una tripletta. Il gol del 3-0 è il suo 150° con la maglia del Santos. "Non ricordo quando è stata l'ultima tripletta", dice dopo, "forse al PSG, ma non sono sicuro." Quattro giorni dopo, al fischio finale di Santos-Cruzeiro, il Santos è matematicamente salvo. Neymar è in ginocchio sul prato, le mani al cielo. "Le mie energie mentali erano esaurite. È stata la prima volta che ho chiesto aiuto."
Cosa si perde quando si guarda solo la superficie
C'è una partita del 2021 che vale la pena richiamare, non perché sia la più importante della sua carriera, ma perché dice qualcosa di preciso su quello che siamo stati bravi a non vedere. Al Parco dei Principi, quarti di Champions League contro il Bayern Monaco, Neymar gioca ottantacinque palloni, vince quattordici duelli individuali, calcia sei volte verso la porta. Non segna. Il PSG passa il turno lo stesso. Pochettino dirà, a fine partita, che non ha mai visto un Neymar migliore di quello del primo tempo. Non quella stagione: mai. È il problema di fondo di tutta la sua carriera. Al Barcellona, nella stagione in cui vince la Champions, segna trentanove gol in quarantasette partite, ma Messi nella stessa squadra ne segna cinquantotto in cinquantasette, e il confronto sistematico con lui finisce per fare sembrare quei trentanove gol una prestazione di secondo piano. Al PSG domina la Ligue 1, trascina la squadra in finale di Champions, elimina il Bayern per due anni di fila, ma la grande affermazione da solo, quella che avrebbe dovuto arrivare da quando era andato a Parigi proprio per uscire dall'ombra di Messi, non arriva mai del tutto. In Nazionale, nel 2014, porta il Brasile ai quarti di finale con una prestazione da trascinatore a 22 anni, poi si fa male contro la Colombia, e il 7-1 rimediato in semifinale contro la Germania cancella tutto. Nel 2016 vince l'oro olimpico segnando il rigore decisivo nella finale contro la Germania, in ginocchio sul prato, in lacrime. Nel 2018 ai Mondiali si parla soprattutto delle sue simulazioni. Nel 2019 il Brasile vince la Copa America senza di lui, infortunato. C'è uno schema.
La telefonata
Nei mesi che precedono i Mondiali, Ancelotti non dice mai con chiarezza se Neymar sarà convocato o no. Sposta sempre il discorso sulla forma fisica, lascia uno spiraglio aperto senza mai spalancarlo. Nel frattempo la pressione cresce: ex giocatori, opinionisti, giornalisti, il presidente Lula in persona che in un'intervista rivela di aver parlato con il commissario tecnico della questione. La svolta, stando a quanto riferisce Globo Esporte, è una videochiamata a tre: Ancelotti, Neymar, il dirigente Rodrigo Caetano. Ancelotti è diretto. Nessuna garanzia da titolare, niente fascia da capitano, stessi orari del resto del gruppo, attività social limitata durante il torneo. Neymar accetta tutto senza discutere. Secondo il figlio del tecnico, che ne aveva parlato in un podcast della Gazzetta dello Sport, non era mai stata una questione tecnica: le qualità di Neymar non si discutono. La domanda era un'altra, riguardava le priorità. Qualche settimana prima, Neymar aveva pubblicato un vlog in cui si filmava ad ascoltare la lista dei convocati per le amichevoli di marzo. Il fisioterapista gli lavorava i flessori. Quando scopriva di non essere nell'elenco, chiedeva ad alta voce: "Ancelotti, e io?" È il tipo di momento che racconta più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Ce l'abbiamo fatta
La sera delle convocazioni mondiali, Neymar è sul divano di casa con la compagna, gli amici, la famiglia. Occhiali da sole, cappellino, una Red Bull stretta in mano. Quando Ancelotti legge il suo nome, lui si piega su se stesso con le mani in testa. La prima persona che abbraccia è Rafael, il fisioterapista. Poi arriva la chiamata del padre, poi quella di Raphinha. Fuori, il Brasile esplode. Nei minuti successivi, Neymar ripete soltanto una cosa: "Ce l'abbiamo fatta." Non "ce l'ho fatta". Il plurale è preciso. Nell'ultimo anno, il fisioterapista ha passato più ore con lui di chiunque altro. La famiglia ha tenuto insieme i pezzi nei momenti peggiori. Il Santos gli aveva dato un posto dove tornare quando non aveva più niente. Lui aveva aiutato il Santos a salvarsi quando sembrava impossibile. Quarantotto ore dopo, il Brasile scopre che Neymar si è fermato di nuovo. Un edema al polpaccio, rimediato nell'ultima partita con il Santos contro il Coritiba. Niente di grave, dicono dallo staff medico della Seleção. Probabilmente recupererà in tempo. I prossimi giorni saranno decisivi. I prossimi giorni saranno decisivi. È una frase che, nella storia recente di Neymar, ha significato tutto e il contrario di tutto. A volte ha significato che sarebbe tornato più forte. A volte ha significato mesi fermi. Stavolta il Mondiale comincia il 13 giugno, e non c'è margine per reinterpretarla. C'è ancora qualcosa da dimostrare? Quasi certamente no. Ma Neymar ha sempre avuto bisogno di giocare a pallone molto più di quanto abbia mai avuto bisogno di dimostrare qualcosa. Lo diceva già anni fa, a quell'arbitro che lo aveva ammonito per una bicicletta eseguita in una partita di campionato francese senza posta in gioco. Lo diceva offendendosi, non difendendosi. "Sto solo giocando a pallone." Come se non ci fosse altro da spiegare. Forse non c'era.