Una casa che si sigilla da sola, in una mattina qualunque dopo una tempesta. È un'immagine semplice, quasi domestica, e proprio per questo funziona. The Last House parte da lì e non se ne allontana quasi mai: ambienta il proprio cinema dentro quattro mura, con la famiglia Delgado, Ann e Jason, interpretati da Greta Lee e Wagner Moura, insieme ai figli Graham e Ruth.
Un'invasione che non è un'invasione
Louis Leterrier costruisce il primo atto come un classico film di alieni. Porte che non si aprono, finestre che si rigenerano, il mondo esterno inghiottito da una pioggia che sembra avere una volontà propria. Poi qualcosa si incrina. Le creature che si muovono oltre i vetri non arrivano da un altro pianeta: sono esseri oceanici, antichi quanto la Terra, tornati in superficie perché l'uomo ha reso invivibile il loro habitat. Pensiamo che sia un film su un'invasione, ma poi ci rendiamo conto che gli alieni siamo noi. Il rovesciamento è il vero gesto d'autore del film. Non un colpo di scena fine a se stesso, ma un cambio di sguardo: la specie minacciosa non è quella con i tentacoli.
Jason, Ruth, e due modi di guardare
Dentro la casa, Leterrier costruisce un'opposizione precisa tra due sistemi di pensiero. Jason, ingegnere e pescatore, affronta la prigionia con gli strumenti che conosce: costruisce, ripara, controlla, combatte. È un personaggio scritto con affetto ma senza sconti, la cui forza diventa progressivamente un limite. Ruth guarda diversamente. Non possiede poteri, non ha visioni: ha soltanto la disponibilità a immaginare che le creature possano volere qualcos'altro oltre alla distruzione. Wagner Moura descrive sua figlia nella finzione come qualcuno capace di ragionare su un'altra frequenza, e la definizione racconta bene la struttura morale del film: due modi di stare al mondo, uno basato sul dominio, l'altro sull'ascolto.
Una scenografia che invecchia insieme ai personaggi
Il salto temporale di cinque anni è raccontato più dalla materia che dai dialoghi. Le pareti si consumano, gli oggetti vengono smontati e riassemblati, biciclette e aspirapolvere diventano attrezzi da sopravvivenza. La produzione ha girato in gran parte seguendo l'ordine cronologico della storia, e si vede: gli attori invecchiano dentro uno spazio che invecchia con loro, fino a un finale subacqueo girato con immersioni reali. Abbiamo sommerso la casa. L'acqua, le piante, la casa: è tutto reale.
Il controllo come trappola
Sotto la superficie di genere, The Last House parla soprattutto di quanto costi rinunciare al controllo. Jason passa il film a proteggere la famiglia nell'unico modo che conosce, quello della forza, e il momento più difficile arriva quando smette. Wagner Moura racconta l'arco del personaggio con una frase secca: Quello che voleva non era quello di cui aveva bisogno. Non è un film che premia chi vince uno scontro. È un film che premia chi riesce a fidarsi di uno sguardo diverso dal proprio, anche quando arriva da una figlia di dieci anni.
I limiti di un finale aperto
Il film cambia passo tra la prima e la seconda parte, e l'epilogo lascia più domande che risposte: chi risponde alla radio di Ruth resta un mistero dichiarato, non un errore di sceneggiatura. È una scelta che può convincere o no, ma coerente con l'impianto del film: The Last House non ha mai davvero cercato di spiegare i mostri. Ha cercato di spiegare noi.